(News ITALIA PRESS) Partito da Roma dopo la
laurea in filosofia nel 1989 verso l’Inghilterra, il dottor Luciano
Floridi lavora attualmente presso l’Università di Oxford, come
research fellow e lecturer in filosofia. "Sono arrivato in
Inghilterra per una serie si coincidenze" racconta "Fu il
mio professore di laurea che mi consigliò di farmi un giro fuori
Italia perché a Roma non c’era lavoro nel mio settore. A quel tempo
era assolutamente improbabile vincere un dottorato. Il prof. mi disse
"vai" e alla prima occasione di borsa di studio andai in
Inghilterra per scrivere la tesi. In famiglia erano tutti contenti che
io andassi ad imparare un po’ di inglese … e quindi tredici anni
fa ho preso il treno che mi ha portato qua".
Sono passati tredici anni. Cosa pensava all’inizio
della sua esperienza all’estero?
Certamente la mia idea non era quella di rimanere. Pensavo
semplicemente di non perdere troppo tempo in attesa di una
possibilità di lavoro in Italia. Anziché rimanere a casa a sfogliare
le margherite ho iniziato un master in Inghilterra, ma pensavo di
rimanere per un anno, al massimo due.
Ha provato a rientrare in Italia?
Più di una volta, ma i dottorati italiani sono risultati
assolutamente impenetrabili. Ho provato, ma c’era sempre qualcosa
che non funzionava. A partire dagli argomenti, che vertevano quasi
sempre sulla storia della filosofia, di cui io mi sono occupato poco.
Il funzionamento del dottorato in Italia è un vero disastro. Eppure
è un momento fondamentale perché fa da ponte tra la laurea e l’ingresso
nel mondo della ricerca, ma è strutturato in maniera sbagliata, cioè
attraverso i concorsi e le complicazioni burocratiche. Invece in
Inghilterra le Università e i Centri di Ricerca funzionano come le
aziende private: mettono un annuncio (anche sul giornale) con il
profilo richiesto e se tu ci vuoi provare mandi il curriculum. In
carta semplice. Senza grandi pacchi di scartoffie e marche da bollo
come in Italia. Poi se vieni ritenuto idoneo fai un colloquio e il
gioco finisce lì.
Mi piacerebbe tornare in Italia, anche perché se non fosse stato per
un calcione che mi ha spinto fuori io non avrei mai lasciato il mio
orticello. Sarei ancora a Campo de’ Fiori a godermi il pollo alla
maregno della nonna.
Come si è trovato da "cervello in fuga" in
Inghilterra?
Arrivato in Inghilterra, ho avuto un impatto di
"tolleranza" da parte degli inglese. Un atteggiamento che, a
seconda di quanto gli inglesi possano risultare simpatici, lo si può
leggere come "disinteresse" o come l’abitudine ad avere a
che fare con culture e idee provenienti da tutto il mondo. Nei miei
confronti ho avuto un atteggiamento di rispetto per le ricerche e gli
studi che conduco.
Non ha paura di perdere il contatto con il mondo della
ricerca italiano?
Non vedo un grande problema in questo senso. Il contatto,
soprattutto a livello europeo, con colleghi, iniziative e programmi è
costante. Non vedo una grande separazione tra "lo star
dentro" e "lo star fuori" dal proprio paese. Il
contatto tra un paese europeo e l’Italia e tra due città italiane,
ad esempio Milano e Roma, non presenta particolari differenze. In un
Non vedo un grande problema in questo senso. Il contatto,
soprattutto a livello europeo, con colleghi, iniziative e programmi è
costante. Non vedo una grande separazione tra "lo star
dentro" e "lo star fuori" dal proprio paese. Il
contatto tra un paese europeo e l’Italia e tra due città italiane,
ad esempio Milano e Roma, non presenta particolari differenze. In un
paio d’ore sei ovunque in Europa. La differenza la sento moltissimo
a livello di condizioni ambientali.
Cosa pensa delle iniziative che il governo italiano
sta portano avanti per incentivare il rientro di chi ha lasciato l’Italia
per trovare migliori condizioni di studio e lavoro? Crede che sia
indispensabile farli ritornare a casa?
Io non credo che debbano rientrare. Casomai non bisogna far andar
via le forze nuove dall’Italia. Far rientrare i "cervelli
fuggiti" in Italia rischia di creare delle categorie privilegiate
e di far ricadere la struttura della ricerca nei vecchi errori dell’Università
italiana. L’ultima cosa che vorrei vedere sono quei concorsi chiusi,
fatti apposta per nascondere percorsi privilegiati. Secondo me sarebbe
utile abolire del tutto il sistema dei concorsi in Italia, e adottare
un metodo di assunzione delle persone direttamente dagli enti di
ricerca. Anche se mi rendo conto che questa è pura utopia. Non lo
vedremo né io né i miei figli.
Giorgia Brescia/News ITALIA PRESS