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N°125, Anno VIII, Giovedì 28 Giugno 2001

Direttore Responsabile Maria Margherita Peracchino


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ITALIANI NEL MONDO

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Intervista/LA ‘TOLLERANZA’ INGLESE NEI CONFRONTI DEI CERVELLI ITALIANI

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Luciano Floridi, research fellow e lecturer in filosofia presso l’Università di Oxford

LA ‘TOLLERANZA’ INGLESE NEI CONFRONTI DEI CERVELLI ITALIANI

La storia di un filosofo italiano che "anziché rimanere a casa a sfogliare le margherite" ha iniziato un master in Inghilterra e dopo tredici anni è ancora là

(News ITALIA PRESS) Partito da Roma dopo la laurea in filosofia nel 1989 verso l’Inghilterra, il dottor Luciano Floridi lavora attualmente presso l’Università di Oxford, come research fellow e lecturer in filosofia. "Sono arrivato in Inghilterra per una serie si coincidenze" racconta "Fu il mio professore di laurea che mi consigliò di farmi un giro fuori Italia perché a Roma non c’era lavoro nel mio settore. A quel tempo era assolutamente improbabile vincere un dottorato. Il prof. mi disse "vai" e alla prima occasione di borsa di studio andai in Inghilterra per scrivere la tesi. In famiglia erano tutti contenti che io andassi ad imparare un po’ di inglese … e quindi tredici anni fa ho preso il treno che mi ha portato qua".

Sono passati tredici anni. Cosa pensava all’inizio della sua esperienza all’estero?
Certamente la mia idea non era quella di rimanere. Pensavo semplicemente di non perdere troppo tempo in attesa di una possibilità di lavoro in Italia. Anziché rimanere a casa a sfogliare le margherite ho iniziato un master in Inghilterra, ma pensavo di rimanere per un anno, al massimo due.

Ha provato a rientrare in Italia?
Più di una volta, ma i dottorati italiani sono risultati assolutamente impenetrabili. Ho provato, ma c’era sempre qualcosa che non funzionava. A partire dagli argomenti, che vertevano quasi sempre sulla storia della filosofia, di cui io mi sono occupato poco.
Il funzionamento del dottorato in Italia è un vero disastro. Eppure è un momento fondamentale perché fa da ponte tra la laurea e l’ingresso nel mondo della ricerca, ma è strutturato in maniera sbagliata, cioè attraverso i concorsi e le complicazioni burocratiche. Invece in Inghilterra le Università e i Centri di Ricerca funzionano come le aziende private: mettono un annuncio (anche sul giornale) con il profilo richiesto e se tu ci vuoi provare mandi il curriculum. In carta semplice. Senza grandi pacchi di scartoffie e marche da bollo come in Italia. Poi se vieni ritenuto idoneo fai un colloquio e il gioco finisce lì.
Mi piacerebbe tornare in Italia, anche perché se non fosse stato per un calcione che mi ha spinto fuori io non avrei mai lasciato il mio orticello. Sarei ancora a Campo de’ Fiori a godermi il pollo alla maregno della nonna.

 

Come si è trovato da "cervello in fuga" in Inghilterra?
Arrivato in Inghilterra, ho avuto un impatto di "tolleranza" da parte degli inglese. Un atteggiamento che, a seconda di quanto gli inglesi possano risultare simpatici, lo si può leggere come "disinteresse" o come l’abitudine ad avere a che fare con culture e idee provenienti da tutto il mondo. Nei miei confronti ho avuto un atteggiamento di rispetto per le ricerche e gli studi che conduco.

Non ha paura di perdere il contatto con il mondo della ricerca italiano?
Non vedo un grande problema in questo senso. Il contatto, soprattutto a livello europeo, con colleghi, iniziative e programmi è costante. Non vedo una grande separazione tra "lo star dentro" e "lo star fuori" dal proprio paese. Il contatto tra un paese europeo e l’Italia e tra due città italiane, ad esempio Milano e Roma, non presenta particolari differenze. In un Non vedo un grande problema in questo senso. Il contatto, soprattutto a livello europeo, con colleghi, iniziative e programmi è costante. Non vedo una grande separazione tra "lo star dentro" e "lo star fuori" dal proprio paese. Il contatto tra un paese europeo e l’Italia e tra due città italiane, ad esempio Milano e Roma, non presenta particolari differenze. In un paio d’ore sei ovunque in Europa. La differenza la sento moltissimo a livello di condizioni ambientali.

Cosa pensa delle iniziative che il governo italiano sta portano avanti per incentivare il rientro di chi ha lasciato l’Italia per trovare migliori condizioni di studio e lavoro? Crede che sia indispensabile farli ritornare a casa?
Io non credo che debbano rientrare. Casomai non bisogna far andar via le forze nuove dall’Italia. Far rientrare i "cervelli fuggiti" in Italia rischia di creare delle categorie privilegiate e di far ricadere la struttura della ricerca nei vecchi errori dell’Università italiana. L’ultima cosa che vorrei vedere sono quei concorsi chiusi, fatti apposta per nascondere percorsi privilegiati. Secondo me sarebbe utile abolire del tutto il sistema dei concorsi in Italia, e adottare un metodo di assunzione delle persone direttamente dagli enti di ricerca. Anche se mi rendo conto che questa è pura utopia. Non lo vedremo né io né i miei figli.

Giorgia Brescia/News ITALIA PRESS