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L'autore insegna Logica e Filosofia della Scienza
all'Università di Bari ed è Markle Foundation Fellow in Information
Policy all'Università di Oxford
CHI HA fatto il liceo, di
Kant ricorda di solito tre cose: l’imperativo categorico, la
conoscenza a priori e la puntualità maniacale. La puntualità può
anche essere spiegata come una cosa normale. In fin dei conti Kant
era un teutone prussiano d’altri tempi. Il resto invece è robba da
genio di prima classe. L’etica e l’epistemologia kantiane
rappresentano ancora oggi dei punti di riferimento fondamentali, non
solo di interesse storico-archeologico, per pochi specialisti, ma
soprattutto di interesse teorico, per chi fa filosofia con
l’intenzione di risolvere problemi attuali. Si può essere kantiani
(o neo-kantiani, questione di sfumature) senza doversene vergognare,
essere anacronistici o dogmatici. Non è facile dire la stessa cosa
per molte altre scuole filosofiche, soprattuto in epistemologia,
dove le idee invecchiano molto più facilmente che in
etica.
Oggi non solo si studia Kant a scuola ma lo si
assorbe, anche implicitamente, lavorando sulla più recente
produzione teorica del pensiero contemporaneo americano (spesso
etichettato genericamente come “analitico”). È come se il kantismo
avesse giocato di sponda e, rimbalzando sull’altro lato del lago
atlantico, rientrasse oggi in Europa dalla finestra, purificato di
elementi datati e arricchito sia da un nuovo vocabolario concettuale
sia da una serie di distinzioni e dibattiti che ne hanno eliminato
la patina storica. In Italia, un paese ancora oggi largamente
dominato dalla filosofia tedesca, per lungo tempo Kant è stato uno
dei pochi, grandi antidoti all’idealismo (quello non
trascendentale), allo storicismo, all’ermeneutica e
all’esistenzialismo. In effeti, ll kantismo ha potuto abbassare
leggermente la guardia verso altre filosofie made in Germany
solo con l’arrivo di Wittgenstein e Frege. Che cos’è che rende
il pensiero di Kant così robusto e interessante, classico come una
vecchia Jaguar o i tre moschettieri? La domanda è facile a porsi, ma
è decisamente difficile fornirle una risposta adeguata. È un po’
come chiedersi qual è il segreto della Coca Cola. Nel resto di
questo articolo azzarderò una serie di ipotesi sulla longevità
dell’epistemologia kantiana, ma sono personali e purtroppo
fallibili.

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La scienza,
l'illuminismo e il soggetto
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Iniziamo con il dire che, nella filastrocca degli “ismi”,
kantismo fa rima con illuminismo e illuminismo significa fiducia
nella ragione e nella dialettica del dare e ricevere argomenti pro e
contra una determinata tesi. È chiaro che quando la filosofia
anglosassone, di matrice analitica, riscopre la filosofia della
conoscenza, un filosofo pur sempre difficile e lontano
dall’empirismo inglese come Kant viene rivalutato proprio per le sue
capacità argomentative. Quello che viene colto poco dalla filosofia
analitica è la distinzione tra la realtà in sé (che Kant chiama
noumenica) e quella fenomenica, che è il risultato della nostra
attività conoscitito-interpretativa. Piace il kantismo, ma non
troppo il trascendentalismo.
La coppia kantismo-illuminismo
getta luce su un secondo aspetto della fortuna del pensiero
kantiano: la sua conoscenza profonda delle teorie scientifiche e di
conseguenza il suo grande rispetto per esse. Bisogna ricordare che
Kant è anche lo studioso di Newton, l’insegnante di geografia e di
antropologia, l’autore della così detta ipotesi Kant-Laplace sulla
formazione del sistema solare. I filosofi kantiani conoscono e amano
la scienza. Ora il Novecento, si sa, è un secolo di grandi risultati
scientifici, ma anche di crisi dei fondamenti (in matematica prima,
in fisica dopo) e di filosofie non tanto scettiche verso il sapere
scientifico in modo competente e critico, quanto insipienti,
sospettose e irriverenti nei suoi confronti. Si passa da un Husserl,
profondo conoscitore della matematica, ad un Heidegger, che con i
numeri ha scarsa dimestichezza; ad un Peano, che è tra i padri
fondatori della logica matematica contemporanea, si può anteporre un
Croce, che di matematica non sa un acca e purtroppo se ne vanta
pure. Intimorita dalla scienza, che ormai parla il linguaggio della
matematica, la filosofia del bello stile si rintana in una
tradizione puramente storiografico-letteraria, a caccia di minori e
di temi marginali. In un simile contesto, la filosofia kantiana
brilla per la sua capacità sia di comprendere lo sviluppo delle
nuove teorie scientifiche sia di dialogare con esse alla pari, con
piena cognizione di causa, sebbene pur sempre da un punto di vista
concettuale e critico.
Kant è il filosofo della
responsabilità individuale, non solo in etica, ma anche in
epistemologia. Come Cartesio, egli pone al centro della riflessione
sulla natura della conoscenza il soggetto conoscitore. Ma molto più
di Cartesio, egli mette in luce come la conoscenza non sia solo una
questione di assenso giustificato ad un menu di contenuti
prefissati, rispetto ai quali il soggetto è meramente passivo. Il
soggettore conoscitore cartesiano è come un cliente, che sceglie il
negozio, i beni che vuole acquistare e le forme di pagamento con
molta cautela, soppesando ragioni pro e contra, facendosi i conti in
tasca e considerando le varie alternative più ragionevoli. È un
agente razionale come quello che piace all’economia classica. Non
sta a lui determinare quello che è disponibile ma solo quello che si
porta a casa, cioè il genere di credenze alle quali dare il proprio
assenso. Il soggetto kantiano è invece un artigiano, che opera nei
confronti delle risorse disponibili con esperienza e in vista di un
progetto. Il risultato finale, quello che si trova sul suo banco, è
in larga parte dovuto al suo operato, anche se nei limiti delle
risorse disponibili. Egli non sceglie, ma costruisce i prodotti di
cui è poi il possessore. Ora questa visione della conoscenza come
costruzione porta Kant a investigare il modo in cui opera la mente
umana, e quando la filosofia della mente, sulla scia delle nuove
scienze cognitive, riporta l’attenzione dei filosofi sulla
soggettività delle varie operazioni mentali, è naturale che Kant
torni ad essere anche in questo contesto un importante punto di
riferimento.

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Il trascendentale e la
piscina
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Veniamo così all’ultimo punto nella lista: il trascendentalismo.
Trascendentale è una parola tecnica, utilizzata da Kant in poi per
fare riferimento alle condizioni di possibilità di un qualcosa.
L’idea è un po’ complicata ma, per intenderci, si pensi alle regole
del calcio come alle condizioni trascendentali del gioco stesso,
cioé l’insieme delle condizioni che rendono possibile il gioco del
calcio in quanto lo costituiscono per quello che è (per capire la
differenza con le condizioni necessarie, si pensi che per giocare a
calcio c’è bisogno anche del giusto livello di forza di gravità, ma
questo non costituisce il gioco del calcio per quello che esso è e
per come differisce dal gioco del rugby). In un contesto in cui la
mente umana si scopre essere perlomeno co-responsabile per il genere
di conoscenza del mondo che possiamo acquisire, considerare quali
sono le condizioni trascendentali della conoscenza stessa diventa
essenziale. Soprattutto in vista del fatto che una buona
comprensione delle regole del gioco conoscitivo ci permette di
evitare mosse illegali o nulle. Vediamo meglio questo punto. Kant è
uno dei primi filosofi che, pur non abbracciando lo scetticismo,
traccia un chiaro limite a quello che può essere soggetto
all’indagine conoscitiva. È del tutto inutile stare a lambiccarsi il
cervello su quetioni che, di principio, proprio per la loro natura,
non permettono il rinvenimento di alcuna risposta. Si finisce solo
per fare metafisica nel senso peggiore di aria fritta. Al contrario,
cerchiamo di stabilire anzitutto quale genere di gioco stiamo
giocando, le regole da seguire, e vediamo poi se certe operazioni
sono realmente possibili e hanno senso o se invece superano i limiti
stabiliti. Hegel, criticando Kant, ironizzava che la filosofia
trascendentale era come cercare di imparare a nuotare stando sul
bordo della piscina. Molti gli hanno dato retta. Ma la realtà e che
Kant suggerisce di controllare la profondità del mare prima di
tuffarsi, tanto per mantenere la stessa metafora. Ancora oggi,
sembra la cosa più ragionevole del mondo, eppure i filosofi sono
degli scavezzacolli incoscenti, che continuano a sfracellarsi sulle
rocce metafisiche sottostanti. Una buona dose di Critica della
Ragion Pura eviterebbe tanti massacri concettuali.

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