20  23.10.2002  Ricerca e Storia - Il cammino millenario della scienza e della tecnica
 

 
 
 









 
 
Quante seccature per la conoscenza
di Luciano Floridi

Pare facile raggiungere le verità scientifiche, se di mezzo si mette lo scettico. Una lunga storia di trabocchetti.
 

L'autore insegna Logica e Filosofia della Scienza all'Università di Bari ed è Markle Foundation Fellow in Information Policy all'Università di Oxford. È direttore dello Swif

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scappando con quella gallina della babysitter, ma la suocera risponde che sua nuora è una vipera che ha reso la vita impossibile al suo povero figliolo. Di chi è la colpa? Lo scettico vi risponderà che interrogarsi sulla natura ultima delle cose o dei fatti umani è fatica sprecata. La conoscenza, nel senso forte in cui l'hanno sempre intesa i filosofi da Platone a oggi, è una sirena ingannevole e inaffidabile. Tutti abbiamo inclinazioni naturali per questa o quell'altra posizione, per un'idea o una spiegazione, è inevitabile, ma ciò non significa che uno abbia la verità in tasca o che possa mettercela anche solo in teoria. Per ogni argomento a favore di un'opinione se ne può trovare uno a sfavore, spesso altrettanto convincente. Euro sì o euro no? Chiedete agli inglesi. L'aborto è accettabile? Chiedete agli americani. Di che cosa è fatto l'universo? Provate ad andare a un convegno di fisica teorica. La droga andrebbe liberalizzata? I computer potranno mai pensare? "Mani pulite" è stato un movimento politico? Forse che sì, forse che no, dipende. L'incertezza pervade qualsiasi credenza umana e secondo lo scettico sospendere il giudizio resta la soluzione più ragionevole. Perciò un filosofo degno di questo nome farà ogni sforzo per mantenere un atteggiamento equo e distaccato, di disimpegno epistemico. "Così è, se vi pare", ma non state a raccontargli che il mondo non potrebbe essere di fatto radicalmente diverso da come ci appare. Ovvio che se tiri il grilletto mi ammazzi, ma non potrebbe essere che siamo due personaggi dentro un videogame? Mettiamoci pure d'accordo, non sparare, ma forse è tutto un sogno o lo scherzo perfido di una banda di scienziati o di un demone maligno che ci tiene prigionieri in una Matrix senza uscita.

«Ma guarda che razza di pelandrone è questo signor scettico», risponde il filosofo di turno, «fa il furbo, con le sue argomentazioni sottili e capziose, ma intanto si gode la vita in campagna con i suoi libri e qualche buona bottiglia, mentre noi siamo qui a faticare Montaignecercando di capire come vanno realmente le cose nell'universo!» Certo, lo scettico ha forse una vita meno dura del filosofo, ma non è proprio questo il fine di una "vita degna di essere visuta"? Per gli scettici antichi, come quelli di cui ci parla Sesto Empirico, e ancora per quelli rinascimentali, come Montaigne, essere scettici era uno stile di vita, era il modo più intelligente e saggio di affrontare l'esistenza. Non dimentichiamo poi che allo scettico resta una missione intellettuale importante e assai faticosa: fare il castigamatti. I matti sono i filosofi, che si piccano di poter conoscere la realtà e credono di farla franca con le loro teorie arroganti e insostenibili, strombazzandole in giro e riempiendo la testa della povera gente di illusioni pericolose e intolleranti. Sono quelli che Sesto Empirico chiama i "dogmatici" perché credono nelle verità assolute, o perlomeno nella loro raggiungibilità. Sta dunque allo scetticismo assicurare il mondo contro la filosofia dogmatica di ogni sorta, in un rapporto dialettico tra i dogmatici che forniscono epistemologie più o meno positive e gli scettici che cercano lo stallo.

Visto come epistemologia negativa, come medicina che cura dalle belle pensate metafisiche e gnoseologiche, lo scetticismo pervade tutta la storia della filosofia occidentale. Se ne trovano tracce già nei Dialoghi platonici, e Wittgenstein gli dedica un intero lavoro, Della Certezza. Ma è con Cartesio che lo scetticismo perde definitivamente la sua natura positiva di "forza buona", volta all'acquisizione di un corretto atteggiamento morale nei confronti dell'inconoscibilità del mondo e della condizioni umana, per trasformarsi nel lato oscuro dell'epistemologia. Nel migliore dei casi, come nelle Meditazioni, gli argomenti scettici forniscono ora solo una sfida propositiva, al contempo punto di riferimento e rampa di lancio di nuove avventure epistemologiche. Nel peggiore dei casi, se ne parla in nota come di un cancro fomentatore di incertezze e portatore di ateismo. Nell'era post-cartesiana Hume finirà per argomentare che il vero problema del dubbio scettico è che impedisce una vita normale. Tanto peggio per Montaigne e la sua villa in campagna.

Una malattia infantile, utile per creare anticorpi, ma che può lasciare menomati, se curata male o in ritardo. Una infatuazione giovanile per menti alla ricerca di brillanti ragionamenti, alle quali manca la critica e la ponderatezza del realismo più Cartesiomaturo. In entrambi i casi, la parola d'ordine della filosofia moderna contro lo scetticismo è: "superamento". Lo spiega lucidamente Hegel nel suo breve scritto Rapporto dello Scetticismo con la Filosofia. Ma lo scettico se ne ride. Le epistemologie vanno e vengono, come le mode, lo scetticismo resta. Ha dalla sua parte la forza attraente della sua radicale e pura unicità, visto che lo scetticismo sta alla storia dell'epistemologia come in matematica l'insieme vuoto sta a tutti gli altri insiemi. Ha dalla sua parte la forza stessa dei dogmatici. In giapponese "ju do" significa "forza gentile". Lo scettico è un po' come un judoka che utilizza gentilmente la forza dell'avversario per metterlo a terra. Dopo tutto, tanto più "forte" è un'epistemologia, tanto maggiori sono i rischi di falsificazione, tanto più facilmente potrà esser messa in dubbio. Lo scettico ha infine dalla sua parte una lunga tradizione di pacifica tolleranza. Sono le certezze dei dogmatici e non i dubbi scettici il terreno più fertile per guerre sante e terrorismi di ogni sorta, per roghi e censura. Questo Hegel non è forse stato il patrigno di quel certo Marx che a sua volta diede i natali a Lenin? Gente dalle certezze ferme, "dogmatici" di razza.

"Ride bene chi ride ultimo", risponde l'epistemologo. È vero che lo scettico, il cui fine è lo stallo della conoscenza, utilizza le risorse intellettuali del dogmatico contro lui stesso, ad esempio mostrando come i vari filosofi siano sempre in disaccordo radicale tra loro, o come qualsiasi teoria sia incapace di fornire il proprio fondamento senza commettere un qualche errore logico di partenza, presupponendo ciò che essa dovrebbe giustificare, o finendo per cadere in qualche circolo vizioso. Ma la stessa strategia può essere rivolta anche contro lo scettico. Aristotele chiamava questo modo di argomentare indiretto apagogico. La strategia apagogica ci suggerisce che dovremmo essere scettici dello stesso scetticismo. L'uovo di Colombo. Lo scettico si contraddice. Egli sa perlomeno che non ci sono certezze. Ergo almeno questo è certo. Si può ripartire da qui.

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