20  23.10.2002  Ricerca e Storia - Il cammino millenario della scienza e della tecnica
 

 
 
 









 
 
Un labirinto senza uscita?
di Luciano Floridi

Dal medioevo ai giorni nostri, esistono delle scappatoie ai paradossi scettico. Ma non tutto torna.
 

L'autore insegna Logica e Filosofia della Scienza all'Università di Bari ed è Markle Foundation Fellow in Information Policy all'Università di Oxford. È direttore dello Swif

CHE LO SCETTICISMO sia una posizione filosofica contraddittoria e
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Un labirinto senza uscita?

Pazze idee al vaglio della scienza
perciò razionalmente insostenibile è un cavallo di battaglia che zoppica purtroppo per tutto il corso della filosofia. Se ne trovano tracce anche nella riflessione contemporanea sulla scienza, persino in Quine (filosofo americano recentemente scomparso, ndr). Ma è un cavallo perdente, direi anzi un asino, o meglio ancora un pons asinorum, come lo avrebbero chiamato i logici medievali, che ogni studente di epistemologia deve saper attraversare per dimostrare di aver capito che cosa è veramente lo scetticismo. Immaginate un pompiere che vi dicesse che non c'è da preoccuparsi, la bomba non esploderà perché se dovesse esplodere sarebbe distrutta dalla sua stessa esplosione. Bel ragionamento fino. Ma le argomentazioni scettiche sono proprio questo: mine che non lasciano nulla intatto. Come diceva già Sesto Empirico, al quale mancava la polvere da sparo ma non l'argume, lo scetticismo è come una purga, si porta via tutto, inclusa se stessa. Altro che contraddizione interna. Alla fine del processo non resta nessuna certezza, neppure la certezza che non vi sia alcuna certezza. È triste vedere quanti filosofi della scienza restino ancora oggi al di là del ponte.

L'epistemologo al di qua del ponte si gratta la testa. Possibile che non ci sia proprio niente da fare? Torniamo alla strategia apagogica. Non ha funzionato perchè abbiamo cercato di fare troppo i furbi e lo Platonescettico non è uno sciocco, non fa certo autogoal. Ma la riflessività non deve essere necessariamente diretta contro lo scettico in prima istanza. Il dubbio stesso può essere riflessivo in modo positivo. Dubito ergo sum, come diceva Agostino, o meglio ancora Cogito ergo sum, come scoprì Cartesio. Ecco che si apre alla vista una sfera delle nostre credenze riflessivamente "pulita" dai dubbi scettici. La storia del cartesianesimo è lunga, tortuosa e non ancora terminata, ma si sa che il Cogito risolve la sfida scettica pagando un prezzo salato. Esso è tanto inattaccabile quanto si mantiene vuoto di contenuti empirici. Appena ci si prova ad utilizzarlo per rimettere insieme l'edificio della conoscenza si scopre che necessita di forti presupposti metafisici (la prova ontologica per l'esistenza di Dio) e che lo scettico è lì pronto ad impallinarci (il circolo cartesiano). A molti sembra uno zero a zero. Ciascuno porta a casa un punto, meglio di niente, ma non si può fare di meglio? Kant pensa di sì. Il trucco sta nel cambiare le regole del gioco. Allo scettico preme sostenere che la realtà in sé è inconoscibile. Ma all'epistemologo preme mostrare che la conoscenza è possibile. Distinguiamo tra un mondo in sè, noumenico, che resta al di là di ogni possibile esperienza, e diamolo pure in pasto allo scettico, ma teniamoci il mondo fenomenico, la cui solida ed effettiva realtà dipendente anche in parte dal modo stabile e costante in cui opera la mente umana, e il gioco è fatto. Il gioco si chiama filosofia trascendentale. Kant 2, scettico 1. La partita è vinta anche se si è subito un goal. O perlomeno così sembrerebbe. Perchè anche il trascendentalismo costa caro. Esso ha bisogno del così detto "sintetico a priori", cioè della possibilità di stabilire come è il mondo a partire da come lo conosciamo senza tuttavia correre il rischio di inventarselo di sana pianta. Ancora oggi non è chiaro se la manovra sia realmente fattibile. Torniamo così al filosofo della scienza che ha attraversato il ponte. Ha davanti a se la strada cartesiana e quella kantiana, tutte e due in salita. Niente altro? Un'altra alternativa ci sarebbe, ma siccome non è molto intuitiva non è stata ancora del tutto esplorata (in altri contesti l'ho definita filosofia dell'informazione).
Lo scettico condivide con il dogmatico almeno tre presupposti. La conoscenza è un processo di copia, rappresentazione o registrazione del reale, cioè la verità sta al mondo come una cartolina sta al Colosseo. Il Colosseo poi è meglio della cartolina. Questo è il primato dell' "autentico", si pensi a Heidegger. Infine, ammirando e contemplando la cartolina viene la nostalgia del Colosseo, anche se uno non è mai stato a Roma. Questo è il naturale desiderio di abbracciare epistemicamente il mondo. La differenza è che il dogmatico, contrariamente allo scettico, ritiene che la filosofia possa avere accesso alla reale natura dell'essere, cioè che a forza di cartoline ci si possa fare una buona idea del Colosseo o magari vincere un viaggio gratis a Roma.

Ora immaginiamo che la conoscenza non abbia nulla a che fare con la vista ma sia una faccenda di manipolazione, che la conoscenza sia un processo costruttivo. La realtà contribuisce fornendo i pezzi e le regole del gioco, ma il gioco epistemico (la trasformazione dei dati in informazione) lo giochiamo noi. La verità sta ora al mondo come una mossa vincente sta ad una particolare combinazione di pezzi sulla scacchiera. A che cosa corrisponde la mossa o la partita appena giocata? A niente. Essa è tutta la realtà che c'è. E il senso che il mondo sia lì fuori a forzarci la mano? E la realtà oggettiva? Non si finisce in qualche idealismo? No, perchè il realismo ora è una questione di sintassi. Le regole ci sono e vanno rispettate, se si vuole vincere. Ma sotto il lenzuolo delle regole non c'è una seconda realtà preformata che vorremo abbracciare, non c'è niente, il fantasma è solo il lenzuolo. E il mondo mentale? Non è né ineluttabile né imperituro e giocare al gioco del dare significato alla realtà significa proprio garantirne l'esistenza e lo sviluppo. Lo scettico ci dice che non potremmo mai conoscere l'essere nella sua natura intrinseca, ma l'epistemologo che ha attraversato il ponte potrebbe essere ben felice di lasciare il fantasma dell'essere al suo vuoto destino, tenendosi il lenzuolo. Niente dualismo, addio scetticismo.


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